domenica 23 ottobre 2016

INIZIAMO CON LE QUATTRO NOBILI VERITA'

Lo scorso nove ottobre abbiamo tenuto al Centro Yoga di Via Vegezio il primo degli incontri mensili di meditazione di quest’annata. La mia intenzione è di offrire all’inizio di ogni incontro una breve esposizione su qualche argomento tratto dagli insegnamenti del Buddha suggerendo possibilmenteun legame con la pratica della meditazione.
E non potevo cominciare che dalle Quattro Nobili Verità, il primo insegnamento contenuto nel primo Discorso, esposto dopo aver affermato che il suo è un Cammino di Mezzo tra gli estremi dell’indulgenza e della mortificazione e dopo aver enumerato i punti dell’Ottuplice Sentiero.
Consultando Wikipedia le Quattro Nobili Verità vengono esposte in questo modo:
1.      Verità del dolore.
2.      Verità dell’origine del dolore.
3.      Verità della cessazione del dolore.
4.      Verità della via che porta alla cessazione del dolore.
A me interessa cercare di riassumere in una breve frase per lo meno i primi tre punti di modo che questo insegnamento fondamentale possa essere velocemente richiamato alla mente quando le circostanze lo richiedono, sia nella pratica formale che nella vita di tutti i giorni.
È necessario ricordare che affermando la Verità del Dolore il Buddha non ha espresso una constatazione e nè uno o più giudizi. Non ha detto che il mondo in cui viviamo è sostanzialmente ostile né che noi siamo ineluttabilmente destinati a soffrire o incapaci di sollievo. E nemmeno che la sofferenza è l’inevitabile risultato del nostro interagire col, o sentire (percepire) il, mondo.  La parola che viene tradotta in genere come dolore o sofferenza, il Pāli dukkha, esprime un certo qual modo del nostro percepire e interagire col mondo, se ci troviamo, come tutti ci troviamo in un loop apparentemente insolubile. La parola che molti studiosi e praticanti usano per ben tradurre dukkha ahimè non esiste in italiano: in inglese è unsatisfactoriness. Potremo dire, ad esempio che la prima è la Verità dell’insoddisfacenza.
Fermiamoci un attimo qui e vediamo qual è l’origine del dolore. La parola del testo è taṇhā, generalmente tradotto con sete. Sete, desiderio, attaccamento, brama, tutti sinonimi di uno stato mentale la cui presenza è necessaria perché il dolore, la sofferenza, nasca nell’individuo. E la cui rimozione è sufficiente per impedire che la sofferenza sorga, e quindi si schiuda la condizione del risveglio. Proviamo quindi a riassumere quanto ad allargare il discorso.
L’individuo si trova in contatto con dei fenomeni che, sia pur non negativi in sé, non sono in grado di placare la sua sete di non-sofferenza, di appagamento. E quindi si sviluppa uno stato mentale di desiderio a causa del quale la ricerca si fa tanto più spasmodica e pervasiva, quanto priva di risultati. L’unico risultato che otteniamo è ancora più frustrazione, cioè più sofferenza. E questa è la condizione di ognuno di noi, che conduciamo delle vite nelle quali diamo per scontato il perseguimento di obbiettivi più o meno materiali, confidando consciamente o inconsciamente in un futuro che, a ben guardare, non potrà donarci altro che la morte. Se desideriamo veramente rompere questo circolo vizioso non dovremo rivolgerci al mondo, né rammaricarci per essere come siamo. Il dolore cessa al cessare della sete.
Percepire noi stessi per quello che siamo; percepire il mondo per quello che è: soprattutto essere consapevoli delle tre caratteristiche dell’esistenza condizionata: impermanenza, non-sé e, appunto, insoddisfacenza. Rendersi conto che la causa è taṇhā e rimuoverla. Questo difficile compito può essere portato a termine percorrendo la via che porta alla cessazione del dolore, vale a dire il Nobile Ottuplice Sentiero, di cui tratterò in un prossimo post.

Lo spunto di pratica che ho proposto durante la meditazione è questo: cercare di percepire se quelle che noi chiamiamo generalmente “distrazioni” immagini o pensieri che sorgono nel corso della meditazione, sorgano appunto su un background di insoddisfazione, di irritazione, di non agio. E cercare di osservare questo con serenità, senza giudizi, lasciandolo andare.

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