Lo scorso nove
ottobre abbiamo tenuto al Centro Yoga di Via Vegezio il primo degli incontri
mensili di meditazione di quest’annata. La mia intenzione è di offrire all’inizio
di ogni incontro una breve esposizione su qualche argomento tratto dagli insegnamenti
del Buddha suggerendo possibilmenteun legame con la pratica della meditazione.
E non potevo
cominciare che dalle Quattro Nobili Verità, il primo insegnamento contenuto nel
primo Discorso, esposto dopo aver affermato che il suo è un Cammino di Mezzo
tra gli estremi dell’indulgenza e della mortificazione e dopo aver enumerato i
punti dell’Ottuplice Sentiero.
Consultando
Wikipedia le Quattro Nobili Verità vengono esposte in questo modo:
1.
Verità
del dolore.
2. Verità dell’origine del dolore.
3. Verità della cessazione del
dolore.
4.
Verità
della via che porta alla cessazione del dolore.
A me interessa
cercare di riassumere in una breve frase per lo meno i primi tre punti di modo
che questo insegnamento fondamentale possa essere velocemente richiamato alla
mente quando le circostanze lo richiedono, sia nella pratica formale che nella
vita di tutti i giorni.
È necessario
ricordare che affermando la Verità del Dolore il Buddha non ha espresso una
constatazione e nè uno o più giudizi. Non ha detto che il mondo in cui viviamo
è sostanzialmente ostile né che noi siamo ineluttabilmente destinati a soffrire
o incapaci di sollievo. E nemmeno che la sofferenza è l’inevitabile risultato
del nostro interagire col, o sentire (percepire) il, mondo. La parola che viene tradotta in genere come
dolore o sofferenza, il Pāli dukkha, esprime
un certo qual modo del nostro
percepire e interagire col mondo, se ci troviamo, come tutti ci troviamo in un loop apparentemente insolubile. La parola
che molti studiosi e praticanti usano per ben tradurre dukkha ahimè non esiste in italiano: in inglese è unsatisfactoriness. Potremo dire, ad
esempio che la prima è la Verità dell’insoddisfacenza.
Fermiamoci un
attimo qui e vediamo qual è l’origine del dolore. La parola del testo è taṇhā, generalmente tradotto con sete.
Sete, desiderio, attaccamento, brama, tutti sinonimi di uno stato mentale la
cui presenza è necessaria perché il dolore, la sofferenza, nasca nell’individuo.
E la cui rimozione è sufficiente per impedire che la sofferenza sorga, e quindi
si schiuda la condizione del risveglio. Proviamo quindi a riassumere quanto ad
allargare il discorso.
L’individuo si
trova in contatto con dei fenomeni che, sia pur non negativi in sé, non sono in
grado di placare la sua sete di non-sofferenza, di appagamento. E quindi si
sviluppa uno stato mentale di desiderio a causa del quale la ricerca si fa tanto
più spasmodica e pervasiva, quanto priva di risultati. L’unico risultato che
otteniamo è ancora più frustrazione, cioè più sofferenza. E questa è la
condizione di ognuno di noi, che conduciamo delle vite nelle quali diamo per
scontato il perseguimento di obbiettivi più o meno materiali, confidando
consciamente o inconsciamente in un futuro che, a ben guardare, non potrà
donarci altro che la morte. Se desideriamo veramente rompere questo circolo
vizioso non dovremo rivolgerci al mondo, né rammaricarci per essere come siamo.
Il dolore cessa al cessare della sete.
Percepire noi
stessi per quello che siamo; percepire il mondo per quello che è: soprattutto
essere consapevoli delle tre caratteristiche dell’esistenza condizionata:
impermanenza, non-sé e, appunto, insoddisfacenza. Rendersi conto che la causa è
taṇhā e rimuoverla. Questo difficile
compito può essere portato a termine percorrendo la via che porta alla
cessazione del dolore, vale a dire il Nobile Ottuplice Sentiero, di cui
tratterò in un prossimo post.
Lo spunto di
pratica che ho proposto durante la meditazione è questo: cercare di percepire
se quelle che noi chiamiamo generalmente “distrazioni” immagini o pensieri che
sorgono nel corso della meditazione, sorgano appunto su un background di
insoddisfazione, di irritazione, di non agio. E cercare di osservare questo con
serenità, senza giudizi, lasciandolo andare.
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