giovedì 23 ottobre 2014

2. La meditazione secondo il Satipatthāna Sutta.

IL RESPIRO (2)

A questo punto il Buddha esorta con semplicità ad inspirare ed espirare consapevolmente. “Consapevolmente”, come mi disse una volta un insegnante, significa “consapevolmente”, e mai come in questo caso è bene avere il coraggio di accostarsi a questo argomento in modo chiaro e lineare. “Consapevolmente” vuol dire sapere che si sta respirando. Sapere che in questo momento, qui in questo corpo avvengono, secondo le modalità che percepisco, l’inspirazione, l’espirazione e volendo anche le pause tra l’una e l’altra. Non significa pensare al respiro, né influenzare volontariamente in alcun modo la sua durata o profondità. Non significa, necessariamente “fare il vuoto mentale”, qualsiasi cosa questa espressione possa significare. Il Satipatthāna Sutta prescrive la consapevolezza, non il vuoto mentale, e la consapevolezza è il “Sentiero diretto verso la realizzazione”. Vedremo ora e anche  più avanti come una attività mentale discorsiva, negli opportuni modi, possa entrare in gioco nella pratica del Satipatthāna. Specialmente i primi tempi, molti insegnanti suggeriscono di “etichettare” mentalmente le fasi del respiro con parole che possano funzionare da ancoraggio all’attenzione: inspiro – pausa – espiro, eccetera, per fare un esempio. Questa pratica va poi abbandonata non appena la mente sia sufficientemente stabile, ma non va considerata un ripiego a causa della labilità del proprio raccoglimento, ma è un mezzo abile per creare una sinergia tra mente operativa al servizio della mente contemplativa.
Nel secondo dei quattro punti, il Buddha invita a “sapere” che inspirazione ed espirazione sono lunghe, se sono lunghe o che sono brevi, se sono brevi. Di nuovo, solo sapere che cosa accade, non tentare di regolare volontariamente la durata del respiro. Nel discorso viene citato prima il respiro lungo e poi quello breve, e questo sicuramente riflette il progressivo e naturale accorciarsi della durata del respiro via via che calma fisica e mentale aumentano. Durante la pratica, però, le cose non vanno in modo lineare, e ci si può accorgere che il respiro viene in qualche modo ostruito o anche solo condizionato dalla posizione del corpo, troppo tesa o al contrario priva di tono o anche asimmetrica. Il mio consiglio è quello di cercare con piccoli aggiustamenti di sedersi nel modo più corretto possibile, tenendo conto che sensazione di peso e contatto col terreno, il giusto tono energetico, il rilassamento e una prolungata immobilità sono i fattori corporei che contribuiscono in modo sostanziale ad una buona pratica. La meditazione di consapevolezza è sempre molto radicata nel corpo. Ricordiamoci che il Sentiero del Buddha è chiamato “la via di mezzo” tra il troppo rigore e l’eccessiva rilassatezza. Il confronto con un praticante esperto è il modo migliore per affrontare queste possibili difficoltà.
Il terzo e quarto passo della consapevolezza del respiro sono: fare (respirando) esperienza di tutto il corpo ed il calmare (respirando) le formazioni corporee, vale a dire il corpo nella sua potenzialità di azione.
Mentre per quanto riguarda la consapevolezza del respiro e della sua lunghezza il Buddha usa le parole “egli sa” (per esempio: “egli sa: la mia inspirazione è lunga”), per i due punti successivi l’espressione usata è “egli si esercita” (per esempio: “egli si esercita così: io inspiro facendo l’esperienza di tutto il corpo”). Probabilmente ciò è dovuto ad un più alto grado di raffinatezza dell’esercizio proposto, ma ci sono anche altre possibili considerazioni. Se generalmente i commentari antichi spiegano il terzo punto (respirando fa esperienza del corpo intero) come un invito a focalizzare l’attenzione sull’intero processo della respirazione (vedi l’espressione antica “il corpo della respirazione”), è anche vero che la mia esperienza, insieme ad alcune esortazioni ricevuta da diversi maestri, mi suggerisce che non esista in realtà una incompatibilità tra attenzione focalizzata e attenzione diffusa. Nel momento in cui la pratica e incentrata sulla consapevolezza, e non sulla concentrazione, sta di fatto che tanto più la mia attenzione, mentre respiro, è diffusa in tutto il corpo, quanto più chiaramente e tranquillamente una parte di essa si “aggancia” ai dettagli del respiro. Non saprei dire perché è così, ma di sicuro la meditazione abitua a questi paradossi che possono essere “compresi” solo dalla visione della mente contemplativa. In questo tipo di attenzione, si può stare anche a lungo su un oggetto di attenzione senza sperimentare il senso di sforzo e chiusura insito nella concentrazione.
La mente contemplativa, osservando il respiro, si svincola dalle connessioni ordinarie di “agente e azione” (la meditazione accade, non sono “io” a farla). Quindi la mente e il corpo non agiscono e di conseguenza si calmano. L’esperienza del corpo che diventa calmo respirando consapevolmente conclude la sezione del Satipatthāna Sutta dedicata al respiro.

Il discorso prosegue con il cosiddetto “ritornello” (refrain) vale a dire delle frasi che ritornano sempre uguali al termine di ogni sezione di esso, ma che sono molto importanti per una corretta comprensione della pratica. Ne parlerò nel prossimo post.

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