IL RESPIRO (2)
A questo punto il
Buddha esorta con semplicità ad inspirare ed espirare consapevolmente. “Consapevolmente”,
come mi disse una volta un insegnante, significa “consapevolmente”, e mai come
in questo caso è bene avere il coraggio di accostarsi a questo argomento in
modo chiaro e lineare. “Consapevolmente” vuol dire sapere che si sta
respirando. Sapere che in questo momento, qui in questo corpo avvengono,
secondo le modalità che percepisco, l’inspirazione, l’espirazione e volendo
anche le pause tra l’una e l’altra. Non significa pensare al respiro, né influenzare
volontariamente in alcun modo la sua durata o profondità. Non significa,
necessariamente “fare il vuoto mentale”, qualsiasi cosa questa espressione
possa significare. Il Satipatthāna Sutta prescrive la consapevolezza, non il
vuoto mentale, e la consapevolezza è il “Sentiero diretto verso la
realizzazione”. Vedremo ora e anche più
avanti come una attività mentale discorsiva, negli opportuni modi, possa
entrare in gioco nella pratica del Satipatthāna. Specialmente i primi tempi,
molti insegnanti suggeriscono di “etichettare” mentalmente le fasi del respiro
con parole che possano funzionare da ancoraggio all’attenzione: inspiro – pausa
– espiro, eccetera, per fare un esempio. Questa pratica va poi abbandonata non
appena la mente sia sufficientemente stabile, ma non va considerata un ripiego
a causa della labilità del proprio raccoglimento, ma è un mezzo abile per
creare una sinergia tra mente operativa al servizio della mente contemplativa.
Nel secondo dei quattro
punti, il Buddha invita a “sapere” che inspirazione ed espirazione sono lunghe,
se sono lunghe o che sono brevi, se sono brevi. Di nuovo, solo sapere che cosa
accade, non tentare di regolare volontariamente la durata del respiro. Nel
discorso viene citato prima il respiro lungo e poi quello breve, e questo
sicuramente riflette il progressivo e naturale accorciarsi della durata del
respiro via via che calma fisica e mentale aumentano. Durante la pratica, però,
le cose non vanno in modo lineare, e ci si può accorgere che il respiro viene
in qualche modo ostruito o anche solo condizionato dalla posizione del corpo,
troppo tesa o al contrario priva di tono o anche asimmetrica. Il mio consiglio
è quello di cercare con piccoli aggiustamenti di sedersi nel modo più corretto
possibile, tenendo conto che sensazione di peso e contatto col terreno, il
giusto tono energetico, il rilassamento e una prolungata immobilità sono i
fattori corporei che contribuiscono in modo sostanziale ad una buona pratica. La
meditazione di consapevolezza è sempre molto radicata nel corpo. Ricordiamoci che
il Sentiero del Buddha è chiamato “la via di mezzo” tra il troppo rigore e
l’eccessiva rilassatezza. Il confronto con un praticante esperto è il modo
migliore per affrontare queste possibili difficoltà.
Il terzo e quarto passo
della consapevolezza del respiro sono: fare (respirando) esperienza di tutto il
corpo ed il calmare (respirando) le formazioni corporee, vale a dire il corpo
nella sua potenzialità di azione.
Mentre per quanto
riguarda la consapevolezza del respiro e della sua lunghezza il Buddha usa le
parole “egli sa” (per esempio: “egli sa: la mia inspirazione è lunga”), per i
due punti successivi l’espressione usata è “egli si esercita” (per esempio:
“egli si esercita così: io inspiro facendo l’esperienza di tutto il corpo”).
Probabilmente ciò è dovuto ad un più alto grado di raffinatezza dell’esercizio
proposto, ma ci sono anche altre possibili considerazioni. Se generalmente i
commentari antichi spiegano il terzo punto (respirando fa esperienza del corpo
intero) come un invito a focalizzare l’attenzione sull’intero processo della
respirazione (vedi l’espressione antica “il corpo della respirazione”), è anche
vero che la mia esperienza, insieme ad alcune esortazioni ricevuta da diversi
maestri, mi suggerisce che non esista in realtà una incompatibilità tra
attenzione focalizzata e attenzione diffusa. Nel momento in cui la pratica e
incentrata sulla consapevolezza, e non sulla concentrazione, sta di fatto che
tanto più la mia attenzione, mentre respiro, è diffusa in tutto il corpo,
quanto più chiaramente e tranquillamente una parte di essa si “aggancia” ai
dettagli del respiro. Non saprei dire perché è così, ma di sicuro la
meditazione abitua a questi paradossi che possono essere “compresi” solo dalla
visione della mente contemplativa. In questo tipo di attenzione, si può stare
anche a lungo su un oggetto di attenzione senza sperimentare il senso di sforzo
e chiusura insito nella concentrazione.
La mente contemplativa,
osservando il respiro, si svincola dalle connessioni ordinarie di “agente e
azione” (la meditazione accade, non sono “io” a farla). Quindi la mente e il
corpo non agiscono e di conseguenza si calmano. L’esperienza del corpo che
diventa calmo respirando consapevolmente conclude la sezione del Satipatthāna
Sutta dedicata al respiro.
Il discorso prosegue
con il cosiddetto “ritornello” (refrain) vale a dire delle frasi che ritornano
sempre uguali al termine di ogni sezione di esso, ma che sono molto importanti
per una corretta comprensione della pratica. Ne parlerò nel prossimo post.
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