Al Centro Yoga
Samsara di Roma Monteverde ho da poco dato il via a delle sessioni di
meditazione che sono rivolte ad un gruppo costituito per la maggior parte di
principianti assoluti. Una splendida sfida!
Durante il primo
incontro ho dato dei ragguagli storico-geografico-dottrinali per chiarire cosa
fosse la meditazione che propongo. Nel secondo incontro, proprio per
incoraggiare i nuovi, ho parlato di “benefici collaterali” cioè di quei
miglioramenti che, a volte di proposito a volte meno volontariamente, la
pratica costante della meditazione favorisce nella nostra vita.
Ho detto come la
consapevolezza sia usata addirittura in situazioni cliniche (spesso nella forma
del costrutto Mindfulness) per risolvere situazioni di stress, ansia e
depressione. Ma anche che piccole ansie, stress e depressioni, quelle che a
volte prendono ognuno di noi trovino giovamento nell’essere illuminate dalla
luce della pratica.
Ansia e stress
hanno il loro grilletto nel meccanismo di fuga o combattimento che ci portiamo
dentro da quando abitavamo nelle caverne e la nostra vita dipendeva da una
rapida attivazione del nostro organismo. Ma ora non ci sono più grandi
predatori attorno a noi e il nemico è il traffico, il capufficio, gli orari, il
barcamenarsi in relazioni complesse. Le emozioni forti e negative bypassano la
parte più evoluta del nostro cervello e le parti più antiche, più “animali”,
accendono, e ahimè tengono accese le risposte a livello fisico: cuore,
pressione, respirazione, temperatura corporea. Se non riusciamo a spegnere
tutto ciò, siamo stressati. Se continuiamo a rimuginare scenari futuri
catastrofici saremo in ansia. Se tutto ciò ha come risultato una spirale di
pensieri ed emozioni negative, cadremo in depressione.
La consapevolezza
può aiutarci a scongiurare l’ineluttabilità di questi meccanismi. La
meditazione può darci la buona abitudine di creare quel minimo spazio tra noi e
quello che ci turba. Qui sono io, lì c’è il capufficio e in mezzo c’è uno
spazio nel quale io posso sentire il mio corpo, il mio cuore, la mia mente,
vedere come il turbamento ha determinate cause che posso condividere o meno,
combattere o accettare, ma sicuramente tenere ad una distanza di sicurezza. Posso
lavorare sulle mie alterazioni fisiche. Posso mettere in discussione il lavorio
automatico e proliferante della mente. Posso trovare dei sostegni e uno sbocco
di positività alle mie emozioni.
Ho trovato su un
sito americano, Mindful.org, due elenchi molto pragmatici che vorrei riportare
qui di seguito.
Il primo enumera
alcune cose che la pratica della consapevolezza esige da noi perché sia
efficace, in particolare nella sua applicazione nella trasformazione della
nostra vita:
- Intenzione. Dobbiamo voler risolvere le nostre difficoltà, con impegno, pazienza e costanza. E questo non è sempre ovvio.
- Mente da principiante. Accostarci alle nostre difficoltà, e anche a noi stessi, da una prospettiva sempre fresca e nuova, anche con curiosità, abbandonando pregiudizi e abitudini mentali.
- Pazienza. La madre di tutte le qualità. Il concedersi tempi lunghi offre innumerevoli risorse.
- Riconoscimento. Potrebbe essere l’aspetto cognitivo della consapevolezza, che a rigor di termini è semplicemente un’esperienza quanto più diretta possibile. Ma se vogliamo consciamente trasformare la nostra vita dobbiamo chiamare la nostra esperienza (ansia, stress, angoscia, gioia, eccitazione, disperazione) col proprio nome.
- Non giudizio. Il giudizio è invece un eccesso di esercizio delle facoltà cognitive, spesso un etichettare con termini emotivamente significativi un’esperienza dalla quale ci vogliamo difendere. L’ansia è ansia, non è un orrendo mostro. E incontrarla con semplicità nei suoi aspetti di corpo-cuore-mente è l’inizio del lavoro.
- Fiducia. Piano piano si impara che il lavoro dà frutti, e allora si lavora più volentieri.
- Compassione di sé. per quanto sembri, il lavoro della consapevolezza non è neutro, ma è positivo. E ricordarsi della prospettiva di “bene” verso se stessi è importante nei momenti difficili.
Se lavoriamo alla consapevolezza
tenendo presente questi sette punti, avremo dei benefici, come dice il secondo
elenco:
- Diventerò più consapevole dei pensieri, e imparerò, quando necessario, a distaccarmene e a prenderli per quello che sono, senza scatenare circuiti mentali e fisici negativi.
- Diventerò meno reattivo, imparando a infrapporre una pausa tra lo stimolo e l’azione.
- Si passa dalla modalità “fare” alla modalità “essere”. Il fare non è più una esigenza compulsiva e si riscoprono i benefici del semplicemente “essere”.
- Sarò più sensibile alle esigenze del corpo.
- Sarò più consapevole delle emozioni degli altri.
- Cura e compassione per sé e per gli altri aumenteranno.
- Sarò più capace di concentrazione e focalizzazione.
- Il mio atteggiamento nei confronti della negatività cambierà. Meno fughe, meno ansia, meno reazione. Più profondità, più obbiettività, più compassione.
..per creare quel minimo spazio di cui parli, ho impiegato un'ora ma ne è nata una presenza capace di osservare e meno coinvolta. Ed è vero, la mente può raccogliersi e diventare più calma e
RispondiEliminapiù capace di comprendere