domenica 13 novembre 2016

Pratica, consapevolezza, pensieri

Durante il periodo di condivisione e domande dell'ultimo incontro di Meditazione svolto al Centro BKS Iyengar di Roma, è venuto fuori un argomento di non facile soluzione, riguardo al quale le indicazioni dei testi e dei maestri sono quanto meno varie.
La questione in due parole è questa: quando durante la meditazione sorgono dei pensieri, devo farli oggetto di consapevolezza e semplicemente accompagnarli alla fine? Devo "entrare nel merito" di essi e occuparmi della loro natura e dei loro contenuti? Devo"curare" eventuali "mancanze", tendenze non corrette, origini oscure, devo prefiggermi quindi un intento "diagnostico" e "terapeutico"?
La risposta non è semplice e dipende da molti fattori, soprattutto dalle caratteristiche della propria pratica, del tipo di indagine che si porta avanti in un determinato momento, dal proprio livello di approfondimento tanto a livello dottrinale quanto a livello di raccoglimento.
Con un notevole tasso di "sincronicità" mi è arrivato da qualche giorno l'avviso di un nuovo post nel Blog di Letizia Baglioni, che leggo sempre volentieri. Letizia, che incontravo spesso al Monastero Santacittarama alcuni anni fa, prima che si trasferisse nel Nord Italia, ha un curriculum di tutto rispetto ed è senz'altro una voce autorevole nel panorama del Buddhismo Theravada italiano.
Oltre a consigliare tutti di frequentare il suo blog, propongo a chi sia interessato ad approfondire l'argomento di Pratica, consapevolezza e pensieri, di leggere l'ultimo post di Letizia che troverete a questo link: https://letiziabaglioni.com/2016/11/11/il-setacciatore/ . Il post poi contiene un altro link alla traduzione di un secondo Discorso del Buddha (Letizia è nota per la maestria e l'affidabilità delle sue traduzioni) che chiarisce ancora di più l'oggetto di questo post: https://letiziabaglioni.com/2015/05/29/due-tipi-di-pensiero/ . 
Il combinato di questi due discorsi è molto illuminante: ci sono diversi tipi di impurità (per restare nella metafora del setacciatore d'oro) nei propri pensieri, e a seconda del momento la propria attenzione e il proprio lavoro va rivolto ora in una direzione ora nell'altra, quindi a volte anche nel merito dei pensieri. Ma occorre ricordarsi che troppo riflettere stanca il corpo e la mente di un individuo stanco non può raccogliersi facilmente. E' quindi necessario creare le condizioni per una consapevolezza più raffinata e trasparente. Trovo la metafora del vaccaro in diverse stagioni dell'anno particolarmente illuminante.
Forse questo è il punto, e diciamolo pure a chiare lettere, una difficoltà della pratica della Meditazione di Consapevolezza: comprendere quel è la propria situazione, la propria necessità per applicarsi in un lavoro proficuo. Invito a stampare i due discorsi, a metterseli sul comodino e rileggerli ogni tanto senza superficialità, cercando di digerire per bene ogni parola. Nulla è stato detto "tanto per dire" e quelle parole riguardano ognuno di noi. E poi, soprattutto, a parlare della propria pratica con qualcuno che ne sa più di noi.

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