lunedì 10 novembre 2014

6. La meditazione secondo il Satipatthāna Sutta.

I 4 elementi e il corpo in decomposizione.
1. (i 4 elementi). Riportiamo la breve istruzione del Buddha: “Egli esamina questo stesso corpo, in qualsiasi luogo sia posato e in qualsiasi modo sia disposto, come consistente di 4 elementi, in questo modo: ‘in questo corpo c’è l’elemento terra, l’elemento acqua, l’elemento fuoco e l’elemento aria.’” Grande è la validità di questa pratica, solo apparentemente anacronistica. Infatti essa ha il pregio di soffermarsi su delle qualità del corpo piuttosto che su delle percezioni materiali, che possono essere considerate le uniche valide perché obbiettive e magari anche “scientifiche”. Portare la consapevolezza su una mano può apparire semplice e concreto, ma in realtà questa non è la sola possibile forma di attenzione, anzi. Possiamo infatti soffermarci sulla qualità della sensazione che proviamo e promuovere così una consapevolezza più completa, inclusiva e meno razionale. La mano ci potrà apparire solida e pesante (terra) attraversata dal flusso sanguigno (qualità del movimento propria dell’aria), la percepiremo calda (fuoco) e dotata di coesione interna, o potremo percepire la qualità della coesione (acqua) sentendo le dita che aderiscono l’un l’altra a causa di una leggera umidità. Questi discorsi possono essere riportati anche assai amplificati, se ad esempio si porta l’attenzione a ciò che si può percepire degli organi interni.
Anche qui il Buddha illustra la pratica con un paragone: l’atteggiamento raccomandato è quello di un macellaio che smembra un vitello. La sua cognizione non sarà più quella di avere a che fare con un singolo animale unitario, ma piuttosto con diversi pezzi di carne. Allo stesso modo si abbandonerà la percezione unitaria di “io, il mio corpo” per arrivare a quella di qualità elementari. Quelle stesse qualità che si possono riscontrare in qualsiasi oggetto o fenomeno che incontriamo. Se percepiamo il calore di un motore, sappiamo che semplicemente c’è del calore, senza identificare con esso il motore. Con questa pratica potremo quindi restare a lungo a contemplare delle qualità relative al nostro corpo senza identificare esse con noi stessi.

2. (il corpo in decomposizione). L’ultima meditazione del Satipatthāna Sutta è difficilmente realizzabile da un moderno praticante occidentale. Nell’India antica, si desume dal discorso, oltre alla cremazione era uso abbandonare i cadaveri in appositi spazi dove venivano lasciati agli elementi e alla natura. In questo passo il Buddha invita i suoi seguaci a recarsi in tali ossari a contemplare i corpi in decomposizione, e la descrizione data è assai vivida e particolareggiata: si parte dalla descrizione di un cadavere morto da 2 o 3 giorni, fino a quella di un ammasso di ossa calcinate che si riducono in polvere. Le ultime parole di questa sezione esortano a paragonare il quello osservato con “questo stesso corpo in questo modo: anche questo corpo è della stessa natura, diventerà così, non può evitare lo stesso fato.” Si noti, anche in questo passo, l’assenza di qualsiasi nota di disprezzo, disgusto: l’esame dell’attenzione consapevole è sempre “clinico” e privo di note depressive.
È inutile dire che tali ossari non sono disponibili per i praticanti italiani, e spesso si sente dire che la morte in occidente sia nascosta e negata. Nondimeno, chi si pone l’obbiettivo di dare un maggiore senso alla propria vita non può evitare di confrontarsi con essa. Una delle pratiche suggerite dal Buddha coinvolgevano il cibo e il respiro: anche se ho in bocca un boccone, anche se ho appena inspirato l’aria, non c’è nessuna garanzia che ci sarà un prossimo boccone o un prossimo respiro.
Il ricordare la morte, l’avvicinarsi con consapevolezza ad essa in qualsiasi modo la vita renda possibile porta, secondo i discorsi, a diversi benefici: contrasta il sorgere o comunque il prevalere dei desideri sensuali, favorisce l’intuizione dell’impermanenza, del non sé (il corpo è costituito da parti, e nessuna di esse è in alcun modo un “centro” essenziale), e del dolore inevitabile in ogni esperienza umana. Il refrain, che segue anche questa sezione, raccomanderà di estendere il paragone: non solo il mio corpo farà l’inevitabile fine del corpo che è contemplato, ma anche i corpi di tutti coloro che incontro sono legati allo stesso destino.
Qualche parola va però spesa su come un occidentale del 2014 possa relazionarsi a questa pratica. Nella vita laica è utopistico puntare ad un drastico ridimensionamento dei desideri, che anzi, possono fornire una sana carica progettuale. Inoltre, di quali desideri parliamo? La parola “desiderio” è quasi sempre associata in primo luogo a quello sessuale o relazionale; in secondo luogo si parla di aspirazione ad una buona carriera, alla sicurezza economica variamente modulata, alla posizione sociale. Tutte queste cose nella nostra vita (credo di poter dire tanto di chi legge quanto di chi scrive) vanno ridimensionale, reindirizzate, comprese e considerate nella giusta misura anche alla luce del Dhamma e della pratica. La consapevolezza in generale chiaramente offre una guida, con il suo lento ma inesorabile lavoro di “centratura” sulle aspirazioni più profonde, corrette e compassionevoli di ognuno. Ma anche il pensiero della morte rimette i nostri desideri e aspirazioni in una prospettiva di maggiore autenticità.
Un “effetto collaterale” sarà anche quello di favorire una graduale preparazione al momento stesso della morte. Molti maestri che ho frequentato, monaci in particolare, sottolineavano come la preparazione alla morte debba passare attraverso una disidentificazione con il corpo che, nel caso del Buddhismo Theravada, non sfocia certo in una re-identificazione con qualcosa, anima, essenza, divinità che sia. Ajahn Vajiro, che ora è abate in nuovo monastero in Portogallo, durante un discorso disse: “la morte è un lasciare andare e, per quel che ne so, mi risulta che tutte le esperienze di lasciar andare siano positive e piacevoli”.
Quindi, la sezione relativa al primo Satipatthāna, il corpo, termina, dopo un lungo e accurato lavoro di consapevolezza, con la prospettiva del lasciar andare.

Pubblicherò ancora 2 post di citazioni che mi sembrano a questo punto molto adatti per un approfondimento della pratica, e poi passerò al secondo Satipatthāna: vedanā, le sensazioni.

giovedì 6 novembre 2014

5. La meditazione secondo il Satipatthāna Sutta.

Il corpo e le sue parti.
È ora la volta del corpo nella sua totalità e nelle sue diverse parti. Molti insegnanti di meditazione moderni, oltre al respiro, vedono nel corpo, appunto nel suo insieme e nelle sue membra e organi, un valido oggetto di attenzione, e a mio avviso è sicuramente così. Anche in ambito “Mindfulness” è diffusa una pratica meditativa chiamata “body scan” nella quale le varie parti del corpo vengono messe sotto l’obbiettivo della consapevolezza in un ordine più o meno sequenziale. Ho personalmente beneficiato molto di questa pratica. Come ho già detto, credo che il corpo offra all’attenzione un ancoraggio assai solido, all’inizio anche più saldo del respiro. Inoltre “passando in rassegna con l’attenzione il proprio corpo”, si possono raggiungere alti livelli di rilassamento e di comprensione intuitivo-energetica della connessione mente-emozioni-corpo. Fatta questa premessa, si può passare ad esaminare ciò che il Buddha esattamente dice nel discorso, per accorgersi subito che il tono generale è molto diverso. Le prime parole di questa sezione sono: “Egli passa in rassegna questo stesso corpo, dalla pianta dei piedi in su e dalla cima della testa in giù, rinchiuso nella pelle, in quanto ripieno di molti tipi di impurità, quali …” E qui inizia un elenco di 31 parti anatomiche, prima le 5 più esterne (capelli, peli, unghie, denti, pelle), poi via via le più interne, includendo carne, ossa, vari organi e infine i fluidi come bile, pus, sangue, sudore, saliva, liquido sinoviale eccetera. Il tutto, ripeto, definito come impurità.
Si può intendere che il corpo venga qui trattato come un microcosmo, essendo anche il macrocosmo, ai tempi del Buddha, costituito da 31 mondi. L’importanza di questa contemplazione è poi confermata dal fatto che essa, indirizzata solamente verso le prime 5 parti esterne, viene a far parte della cerimonia di ordinazione dei novizi (samanera). Non solo. Il fatto che questa sezione sia, come tutte le altre 12 seguita dal “refrain”, fa si che si riceva subito l’istruzione di praticare “internamente ed esternamente”; cioè il praticante viene esortato a contemplare il corpo/impurità non solo in se stesso, ma anche negli altri.
Può qui sorgere un problema. Come si concilia questa esortazione con il legittimo desiderio di molti praticanti di aspirare, tramite la pratica, ad una maggiore autenticità e quindi benessere che includa il corpo, che anzi abbia nel corpo un protagonista della propria crescita interiore? Per rispondere dobbiamo innanzi tutto ricorrere al testo del discorso, in particolare al paragone che a questo proposito il Buddha propone. Egli infatti dice che chi si dispone ad esaminare il proprio corpo secondo le linee guida di cui sopra, è come un uomo dotato di buona vista che vaglia un sacco pieno di grani e legumi, e dice: “questo è riso, questo è grano, queste sono lenticchie, eccetera”. Quindi è un esame “clinico” senza nessun implicazione di disprezzo o disgusto. Le parti del corpo sono “impure” probabilmente alludendo solo al loro aspetto di impermanenza. Diversi insegnanti che ho frequentato affermavano che è vero che il corpo è un ammasso di impurità, se visto nell’ottica dell’impermanenza, ma è altrettanto vero che il corpo è un degnissimo strumento protagonista della nostra vita, meritevole di cure e attenzioni per il suo corretto sviluppo.

E che succede se durante la contemplazione del corpo ci si imbatte, internamente o esternamente in una pelle attraente, o in una bella chioma di capelli? Si può praticare il secondo Satipatthāna (di cui parlerò in post futuri), la consapevolezza delle sensazioni piacevoli, magari etichettando la propria percezione (bei capelli). Se si vuole, ogni esperienza è una occasione di pratica. Tra qualche giorno pubblicherò il proposito delle parole di Ajahn Chah.

lunedì 3 novembre 2014

4. La meditazione secondo il Satipatthāna Sutta.

     Le posizioni e le attività del corpo.
Il discorso prosegue con l’indicazione di focalizzare la propria consapevolezza sulle posizioni e sulle attività del corpo. Per l’esattezza, il Buddha dice che quando il praticante cammina, sta in piedi, seduto o sdraiato “egli sa” di esserlo. Usa invece l’espressione (di equivalente significato) “egli agisce con chiara conoscenza” per indicare la consapevolezza durante le seguenti azioni: andare avanti e indietro; guardare davanti e guardare lontano; flettere ed estendere le proprie membra; indossare il saio, portare il saio esterno e la ciotola delle elemosine; mangiare, bere, consumare il cibo e gustarlo; defecare e urinare; camminare, stare in piedi, addormentarsi, svegliarsi, parlare e stare in silenzio.
Insomma, l’esortazione è chiaramente volta a stabilire uno stato di consapevolezza continua. Anzi, molti commentatori sono concordi nel dire che la consapevolezza su posizioni e attività trova il suo posto più naturale all’inizio della pratica (cosa del resto che si riscontra in una versione cinese del Satipatthāna Sutta). Cioè, una volta consolidata la consapevolezza del corpo nelle sue posizioni e attività, il praticante può approfondire la pratica con l’attenzione sul respiro nella meditazione seduta. Si può immaginare che la versione Pāli riporta il respiro all’inizio per sottolineare la centralità di questa pratica, che di fatto costituisce per molti l’asse portante della vita spirituale. La consapevolezza del respiro è una pratica senza dubbio più sottile e mentre il corpo offre un ancoraggio all’attenzione più solido e concreto.
Questo passo rappresenta una sorta di fondazione della meditazione camminata, pratica molto diffusa tra monaci e laici anche ai tempi del Buddha. Va detto, per fedeltà alla lettera dei testi, che nei discorsi non compare mai l’enfasi di molti maestri moderni sui dettagli percettivi dell’atto del camminare. Infatti molti Sutta sono piuttosto interessati all’aspetto mentale della camminata consapevole che, viene detto, favorisce la concentrazione ed è utile per purificare la mente e superare i 5 ostacoli (su cui torneremo più avanti). Già i commentari antichi esortavano però i praticanti a suddividere mentalmente le varie fasi del camminare per etichettarle e prestarvi così più facilmente attenzione.
Molte delle azioni menzionate in questa sezione del Satipatthāna Sutta sono chiaramente delle esortazioni rivolte ai monaci per una condotta buona e appropriata. Stabilire una base di consapevolezza in questi aspetti della loro vita aveva anche lo scopo di dare quel fondamento morale che, insieme alla moderazione e al contentarsi, costituiscono i requisiti di base per la pratica della meditazione.
Però, con occhi moderni e laici, non si può fare a meno di vedere nelle parole di questo Sutta la risposta a tante istanze con le quali i praticanti cercano di migliorare, e anche rendere più accettabile, la propria vita quotidiana. Anzi, queste raccomandazioni di “consapevolezza nelle azioni di tutti i giorni” sembrano prese dalle istruzioni di un “protocollo Mindfulness” ante litteram. Naturalmente togliere “il pilota automatico” e riappropriarsi della propria vita tramite l’attenzione consapevole è una cosa meravigliosa che non può che far bene a chi si impegna in tal senso. Ma proprio nel “refrain” di cui ho parlato nel post precedente possiamo vedere una differenza irriducibile tra l’atteggiamento “Mindfulness” e il contenuto del Satipatthāna Sutta. Infatti il testo dice: “La consapevolezza che ‘c’è un corpo’ è stabilita in lui nella misura necessaria per la pura conoscenza e la consapevolezza continua”, cosa che può sembrare fine a se stessa ma che non lo è, se si inquadra questa pratica in un’ottica più ampia di conoscenza intuitiva della realtà dei fenomeni, conoscenza che sola può trasformare se stessi. Mentre l’essenza stessa di Mindfulness è una utilità pratica immediata o per lo meno concreta e riscontrabile nella diminuzione della sofferenza dell’utente. Tutte cose buone, basta che siano chiari gli obbiettivi, gli ambiti di applicazione, i percorsi.

Per lo meno questa è la mia opinione, ed essendo questo un blog aperto, chiunque può lasciare un commento o una domanda alla quale sarò felice di rispondere.