I
4 elementi e il corpo in decomposizione.
1. (i 4 elementi). Riportiamo
la breve istruzione del Buddha: “Egli esamina questo stesso corpo, in qualsiasi
luogo sia posato e in qualsiasi modo sia disposto, come consistente di 4
elementi, in questo modo: ‘in questo corpo c’è l’elemento terra, l’elemento
acqua, l’elemento fuoco e l’elemento aria.’” Grande è la validità di questa
pratica, solo apparentemente anacronistica. Infatti essa ha il pregio di
soffermarsi su delle qualità del corpo piuttosto che su delle percezioni
materiali, che possono essere considerate le uniche valide perché obbiettive e
magari anche “scientifiche”. Portare la consapevolezza su una mano può apparire
semplice e concreto, ma in realtà questa non è la sola possibile forma di
attenzione, anzi. Possiamo infatti soffermarci sulla qualità della sensazione
che proviamo e promuovere così una consapevolezza più completa, inclusiva e
meno razionale. La mano ci potrà apparire solida e pesante (terra) attraversata
dal flusso sanguigno (qualità del movimento propria dell’aria), la percepiremo
calda (fuoco) e dotata di coesione interna, o potremo percepire la qualità
della coesione (acqua) sentendo le dita che aderiscono l’un l’altra a causa di
una leggera umidità. Questi discorsi possono essere riportati anche assai
amplificati, se ad esempio si porta l’attenzione a ciò che si può percepire
degli organi interni.
Anche qui il Buddha
illustra la pratica con un paragone: l’atteggiamento raccomandato è quello di
un macellaio che smembra un vitello. La sua cognizione non sarà più quella di
avere a che fare con un singolo animale unitario, ma piuttosto con diversi
pezzi di carne. Allo stesso modo si abbandonerà la percezione unitaria di “io, il
mio corpo” per arrivare a quella di qualità elementari. Quelle stesse qualità
che si possono riscontrare in qualsiasi oggetto o fenomeno che incontriamo. Se percepiamo
il calore di un motore, sappiamo che semplicemente c’è del calore, senza
identificare con esso il motore. Con questa pratica potremo quindi restare a
lungo a contemplare delle qualità relative al nostro corpo senza identificare
esse con noi stessi.
2. (il corpo in
decomposizione). L’ultima meditazione del Satipatthāna Sutta è difficilmente
realizzabile da un moderno praticante occidentale. Nell’India antica, si desume
dal discorso, oltre alla cremazione era uso abbandonare i cadaveri in appositi
spazi dove venivano lasciati agli elementi e alla natura. In questo passo il
Buddha invita i suoi seguaci a recarsi in tali ossari a contemplare i corpi in
decomposizione, e la descrizione data è assai vivida e particolareggiata: si
parte dalla descrizione di un cadavere morto da 2 o 3 giorni, fino a quella di
un ammasso di ossa calcinate che si riducono in polvere. Le ultime parole di
questa sezione esortano a paragonare il quello osservato con “questo stesso
corpo in questo modo: anche questo corpo è della stessa natura, diventerà così,
non può evitare lo stesso fato.” Si noti, anche in questo passo, l’assenza di
qualsiasi nota di disprezzo, disgusto: l’esame dell’attenzione consapevole è sempre
“clinico” e privo di note depressive.
È inutile dire che tali
ossari non sono disponibili per i praticanti italiani, e spesso si sente dire che
la morte in occidente sia nascosta e negata. Nondimeno, chi si pone
l’obbiettivo di dare un maggiore senso alla propria vita non può evitare di confrontarsi
con essa. Una delle pratiche suggerite dal Buddha coinvolgevano il cibo e il
respiro: anche se ho in bocca un boccone, anche se ho appena inspirato l’aria,
non c’è nessuna garanzia che ci sarà un prossimo boccone o un prossimo respiro.
Il ricordare la morte,
l’avvicinarsi con consapevolezza ad essa in qualsiasi modo la vita renda
possibile porta, secondo i discorsi, a diversi benefici: contrasta il sorgere o
comunque il prevalere dei desideri sensuali, favorisce l’intuizione
dell’impermanenza, del non sé (il corpo è costituito da parti, e nessuna di
esse è in alcun modo un “centro” essenziale), e del dolore inevitabile in ogni
esperienza umana. Il refrain, che segue anche questa sezione, raccomanderà di
estendere il paragone: non solo il mio corpo farà l’inevitabile fine del corpo
che è contemplato, ma anche i corpi di tutti coloro che incontro sono legati
allo stesso destino.
Qualche parola va però
spesa su come un occidentale del 2014 possa relazionarsi a questa pratica. Nella
vita laica è utopistico puntare ad un drastico ridimensionamento dei desideri,
che anzi, possono fornire una sana carica progettuale. Inoltre, di quali
desideri parliamo? La parola “desiderio” è quasi sempre associata in primo
luogo a quello sessuale o relazionale; in secondo luogo si parla di aspirazione
ad una buona carriera, alla sicurezza economica variamente modulata, alla posizione
sociale. Tutte queste cose nella nostra vita (credo di poter dire tanto di chi
legge quanto di chi scrive) vanno ridimensionale, reindirizzate, comprese e considerate
nella giusta misura anche alla luce del Dhamma e della pratica. La
consapevolezza in generale chiaramente offre una guida, con il suo lento ma
inesorabile lavoro di “centratura” sulle aspirazioni più profonde, corrette e
compassionevoli di ognuno. Ma anche il pensiero della morte rimette i nostri
desideri e aspirazioni in una prospettiva di maggiore autenticità.
Un “effetto collaterale”
sarà anche quello di favorire una graduale preparazione al momento stesso della
morte. Molti maestri che ho frequentato, monaci in particolare, sottolineavano
come la preparazione alla morte debba passare attraverso una disidentificazione
con il corpo che, nel caso del Buddhismo Theravada, non sfocia certo in una
re-identificazione con qualcosa, anima, essenza, divinità che sia. Ajahn
Vajiro, che ora è abate in nuovo monastero in Portogallo, durante un discorso
disse: “la morte è un lasciare andare e, per quel che ne so, mi risulta che tutte
le esperienze di lasciar andare siano positive e piacevoli”.
Quindi, la sezione
relativa al primo Satipatthāna, il corpo, termina, dopo un lungo e accurato
lavoro di consapevolezza, con la prospettiva del lasciar andare.
Pubblicherò ancora 2
post di citazioni che mi sembrano a questo punto molto adatti per un
approfondimento della pratica, e poi passerò al secondo Satipatthāna: vedanā,
le sensazioni.
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