Il
corpo e le sue parti.
È ora la volta del
corpo nella sua totalità e nelle sue diverse parti. Molti insegnanti di
meditazione moderni, oltre al respiro, vedono nel corpo, appunto nel suo
insieme e nelle sue membra e organi, un valido oggetto di attenzione, e a mio
avviso è sicuramente così. Anche in ambito “Mindfulness” è diffusa una pratica
meditativa chiamata “body scan” nella quale le varie parti del corpo vengono
messe sotto l’obbiettivo della consapevolezza in un ordine più o meno
sequenziale. Ho personalmente beneficiato molto di questa pratica. Come ho già
detto, credo che il corpo offra all’attenzione un ancoraggio assai solido,
all’inizio anche più saldo del respiro. Inoltre “passando in rassegna con
l’attenzione il proprio corpo”, si possono raggiungere alti livelli di
rilassamento e di comprensione intuitivo-energetica della connessione
mente-emozioni-corpo. Fatta questa premessa, si può passare ad esaminare ciò
che il Buddha esattamente dice nel discorso, per accorgersi subito che il tono
generale è molto diverso. Le prime parole di questa sezione sono: “Egli passa
in rassegna questo stesso corpo, dalla pianta dei piedi in su e dalla cima
della testa in giù, rinchiuso nella pelle, in quanto ripieno di molti tipi di
impurità, quali …” E qui inizia un elenco di 31 parti anatomiche, prima le 5
più esterne (capelli, peli, unghie, denti, pelle), poi via via le più interne,
includendo carne, ossa, vari organi e infine i fluidi come bile, pus, sangue,
sudore, saliva, liquido sinoviale eccetera. Il tutto, ripeto, definito come
impurità.
Si può intendere che il
corpo venga qui trattato come un microcosmo, essendo anche il macrocosmo, ai
tempi del Buddha, costituito da 31 mondi. L’importanza di questa contemplazione
è poi confermata dal fatto che essa, indirizzata solamente verso le prime 5
parti esterne, viene a far parte della cerimonia di ordinazione dei novizi
(samanera). Non solo. Il fatto che questa sezione sia, come tutte le altre 12
seguita dal “refrain”, fa si che si riceva subito l’istruzione di praticare
“internamente ed esternamente”; cioè il praticante viene esortato a contemplare
il corpo/impurità non solo in se stesso, ma anche negli altri.
Può qui sorgere un
problema. Come si concilia questa esortazione con il legittimo desiderio di
molti praticanti di aspirare, tramite la pratica, ad una maggiore autenticità e
quindi benessere che includa il corpo, che anzi abbia nel corpo un protagonista
della propria crescita interiore? Per rispondere dobbiamo innanzi tutto
ricorrere al testo del discorso, in particolare al paragone che a questo
proposito il Buddha propone. Egli infatti dice che chi si dispone ad esaminare
il proprio corpo secondo le linee guida di cui sopra, è come un uomo dotato di
buona vista che vaglia un sacco pieno di grani e legumi, e dice: “questo è
riso, questo è grano, queste sono lenticchie, eccetera”. Quindi è un esame “clinico”
senza nessun implicazione di disprezzo o disgusto. Le parti del corpo sono “impure”
probabilmente alludendo solo al loro aspetto di impermanenza. Diversi
insegnanti che ho frequentato affermavano che è vero che il corpo è un ammasso
di impurità, se visto nell’ottica dell’impermanenza, ma è altrettanto vero che
il corpo è un degnissimo strumento protagonista della nostra vita, meritevole di
cure e attenzioni per il suo corretto sviluppo.
E che succede se
durante la contemplazione del corpo ci si imbatte, internamente o esternamente
in una pelle attraente, o in una bella chioma di capelli? Si può praticare il
secondo Satipatthāna (di cui parlerò in post futuri), la consapevolezza delle
sensazioni piacevoli, magari etichettando la propria percezione (bei capelli). Se
si vuole, ogni esperienza è una occasione di pratica. Tra qualche giorno
pubblicherò il proposito delle parole di Ajahn Chah.
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