giovedì 6 novembre 2014

5. La meditazione secondo il Satipatthāna Sutta.

Il corpo e le sue parti.
È ora la volta del corpo nella sua totalità e nelle sue diverse parti. Molti insegnanti di meditazione moderni, oltre al respiro, vedono nel corpo, appunto nel suo insieme e nelle sue membra e organi, un valido oggetto di attenzione, e a mio avviso è sicuramente così. Anche in ambito “Mindfulness” è diffusa una pratica meditativa chiamata “body scan” nella quale le varie parti del corpo vengono messe sotto l’obbiettivo della consapevolezza in un ordine più o meno sequenziale. Ho personalmente beneficiato molto di questa pratica. Come ho già detto, credo che il corpo offra all’attenzione un ancoraggio assai solido, all’inizio anche più saldo del respiro. Inoltre “passando in rassegna con l’attenzione il proprio corpo”, si possono raggiungere alti livelli di rilassamento e di comprensione intuitivo-energetica della connessione mente-emozioni-corpo. Fatta questa premessa, si può passare ad esaminare ciò che il Buddha esattamente dice nel discorso, per accorgersi subito che il tono generale è molto diverso. Le prime parole di questa sezione sono: “Egli passa in rassegna questo stesso corpo, dalla pianta dei piedi in su e dalla cima della testa in giù, rinchiuso nella pelle, in quanto ripieno di molti tipi di impurità, quali …” E qui inizia un elenco di 31 parti anatomiche, prima le 5 più esterne (capelli, peli, unghie, denti, pelle), poi via via le più interne, includendo carne, ossa, vari organi e infine i fluidi come bile, pus, sangue, sudore, saliva, liquido sinoviale eccetera. Il tutto, ripeto, definito come impurità.
Si può intendere che il corpo venga qui trattato come un microcosmo, essendo anche il macrocosmo, ai tempi del Buddha, costituito da 31 mondi. L’importanza di questa contemplazione è poi confermata dal fatto che essa, indirizzata solamente verso le prime 5 parti esterne, viene a far parte della cerimonia di ordinazione dei novizi (samanera). Non solo. Il fatto che questa sezione sia, come tutte le altre 12 seguita dal “refrain”, fa si che si riceva subito l’istruzione di praticare “internamente ed esternamente”; cioè il praticante viene esortato a contemplare il corpo/impurità non solo in se stesso, ma anche negli altri.
Può qui sorgere un problema. Come si concilia questa esortazione con il legittimo desiderio di molti praticanti di aspirare, tramite la pratica, ad una maggiore autenticità e quindi benessere che includa il corpo, che anzi abbia nel corpo un protagonista della propria crescita interiore? Per rispondere dobbiamo innanzi tutto ricorrere al testo del discorso, in particolare al paragone che a questo proposito il Buddha propone. Egli infatti dice che chi si dispone ad esaminare il proprio corpo secondo le linee guida di cui sopra, è come un uomo dotato di buona vista che vaglia un sacco pieno di grani e legumi, e dice: “questo è riso, questo è grano, queste sono lenticchie, eccetera”. Quindi è un esame “clinico” senza nessun implicazione di disprezzo o disgusto. Le parti del corpo sono “impure” probabilmente alludendo solo al loro aspetto di impermanenza. Diversi insegnanti che ho frequentato affermavano che è vero che il corpo è un ammasso di impurità, se visto nell’ottica dell’impermanenza, ma è altrettanto vero che il corpo è un degnissimo strumento protagonista della nostra vita, meritevole di cure e attenzioni per il suo corretto sviluppo.

E che succede se durante la contemplazione del corpo ci si imbatte, internamente o esternamente in una pelle attraente, o in una bella chioma di capelli? Si può praticare il secondo Satipatthāna (di cui parlerò in post futuri), la consapevolezza delle sensazioni piacevoli, magari etichettando la propria percezione (bei capelli). Se si vuole, ogni esperienza è una occasione di pratica. Tra qualche giorno pubblicherò il proposito delle parole di Ajahn Chah.

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